Era il 24 Gennaio quando ho firmato la “CONVENTION DE SEJOUR DE RECHERCHE” con l’Università di Reims. In sostanza mi sono impegnato ad affrontare un periodo di sei mesi di ricerca in Francia.
La mia prima reazione è stata sicuramente l’euforia. Quella tipica di uno studente di 34 anni che si trova al suo ultimo anno di dottorato e che può essere definito a tutti gli effetti “lo studente boomer“. Ma che allo stesso tempo non è abbastanza professionista da poter sottoscrivere un contratto di mutuo. Un po’ come Balto, il cane del cartone animato. “Non è un cane. Non è un lupo. Sa soltanto quello che non è.”
E così eccomi partito da Pisa alle 5:30 di domenica mattina – solo dopo aver bevuto l’ultimo buon caffè italiano alla pasticceria di fiducia – in direzione Aeroporto di Firenze. Da lì ho preso un aereo. Poi un treno veloce (ed ho scoperto che i ritardi non sono solo tipici italiani). Poi un altro treno, al volo perché in partenza. E dopo essere stato fermato da una anziana signora che parlava solo francese, poi rimproverato da un capotreno (sempre e solo in francese) ed aver fatto il check-in in albergo (indovinate? Proprio in francese), ho passato la mia prima notte in Francia in un letto alla francese.
Forse è in quel momento che l’euforia, anche per colpa della stanchezza di un viaggio durato dodici ore, si è trasformata in paura. O per meglio dire in paure, un plurale indefinito di cose da temere alle quali non avevo pensato. A partire dalla lingua, che sto affrontando con le mie quindici ore di corso di francese (le uniche della mia vita), perché nessuno parla inglese.
Ma le paure, si sa, come diceva Falcone, vanno affrontate. “L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa.” Così il mattino dopo, con lo zaino pieno delle mie paure (e due enormi valigie in mano) sono andato a riprendermi mangiando il mio primo pain au chocolat.
Rincuorato ho camminato per il centro città e mi sono ritrovato davanti alla cattedrale. La Cathédrale métropolitaine Notre-Dame, dove sono stati incoronati tutti i re di Francia dal 987 al 1862. Compresa quella di Carlo VII, avvenuta in presenza e dietro le pressioni di Giovanna d’Arco. Posso dire che la statua di Giovanna d’Arco è stata la prima a darmi il benvenuto a Reims. Poi ho fatto un piantino, davanti alla maestosità di questa Cattedrale (aspettate i prossimi episodi per la visita).
Con tutte le mie valigie mi sono rintanato in una brasserie. Ancora devo capire cosa siano, ma la Francia ne è piena (così come delle chiese). Ho impiegato circa un quarto d’ora solo per ordinare dell’acqua gassata e con un po’ di oui ben posizionati sono riuscito a mangiare anche un tortino al formaggio ed un piatto di pollo con una salsa sopra e delle patate fritte d’accompagnamento.
Un’altra felice camminata, superando ufficialmente i 10 km fatti a piedi in un solo giorno (un record per un LargoBaleno), e sono arrivato al Residence. Quì si trova il mio studio: i francesi chiamano così i piccoli monolocali per studenti. C’è un letto alla francese, una scrivania, un angolo cottura, qualche mobile messo a caso ed un bagno. L’essenziale per stare bene! Tutto proprio come in foto. L’unico elemento imprevisto è stato la Direttrice del residence, Catherine. Neanche lei parla inglese, ma è stata ugualmente in grado di rompere tutti gli stereotipi che si sentono dire sui francesi. Mi ha accolto in questa sua “casa” dispensando non solo regole, ma soprattutto sorrisi e consigli. Non l’ho abbracciata, anche se avrei voluto farlo.
Davanti al residence c’è un piccolo supermercato, dove sono andato a fare la mia prima piccola spesa. Ho scelto il menù per la mia prima cena francese: penne, cotte senza sale (perché me lo sono dimenticato), condite con un sugo in barattolo chiamato “Napoletana”. Non toglietemi la cittadinanza vi prego! Inutile dirlo: sono lo studente boomer del residence.
Ed ora, che sto scrivendo questo articolo mangiando crepes sucrè (ho scoperto che le crepes in Francia sono senza condimenti) e sorseggiando caffè solubile in tazza, posso dire di aver sbloccato una nuova emozione. Ancora non so definirla, ma è un misto tra “senso di appartenenza” e “incredibile voglia di fare”.
À bientôt,
Luca







