MelaSòno Music Fest: il potere del vero hamburger

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Il #PaninoDelSabato di oggi non è un prodotto in particolare, quanto un’idea che nasce dalla testa ed arriva nella pancia e nelle vene espandendosi come per magia.

Parlo di un panino che è poco personalizzabile, perché mantiene la classica forma dell’hamburger. È proprio il pregio di un panino che piace a tutti così com’è. Mi ricorda i jeans di “4 amiche ed un paio di jeans”, un film in cui le 4 amiche protagoniste, pur avendo fisici diversi, si scambiavano gli stessi pantaloni che magicamente calzavano perfettamente a tutte loro.

Certo, c’è chi come me evita di metterci il pomodoro, per evitare di sporcarsi. Chi elimina il formaggio perché intollerante. E chi guarda con disprezzo al ketchup e la maionese, storici nemici per la dieta.

Spesso si addita l’hamburger perché “troppo semplice”. Io penso che sia più difficile fare un buon hamburger di un panino gourmet, la cui forza non è l’insieme ma il singolo particolare ingrediente che lo rende unico, senza metro di paragone.

Ma c’è di più. L’hamburger ha bisogno di un particolare clima per essere mangiato.

È nato ad Amburgo, è stato il cibo dei migranti europei che salpavano sulla Hamburg Line diretti verso l’America in cerca di fortuna, ed è oggi il cibo veloce per eccellenza.

Non è il panino da mangiare a casa, o in un pub. È il panino da compagnia, da festival.

E lo hanno capito gli organizzatori del MelaSòno Music Fest: è un festival di Musica che colora Cenaia, in provincia di Pisa, con musica dal vivo di gran classe, giochi per bambini ed adulti, un mercatino molto particolare per l’unicità degli articoli esposti (tutti siamo innamorati degli zaini che erano in vendita), un’area ristorante e pub all’avanguardia.

Nella serata in cui sono stato al MelaSòno si sono esibiti due gruppi: l’Avvelenati, i cui testi delle canzoni devo rileggere per capire se mi piacciono o meno, e L’Orage che hanno spaccato.

Ma il vero protagonista della serata è stato il settore panini: hamburger fatti molto bene, birra e vino locali. In realtà la maggior parte dei prodotti utilizzati erano a km0, perché il Festival non è solo musicale.

L’ho capito dopo: ciò di cui mi sono nutrito non era un “panino troppo semplice”, ma un’idea culturale futuristica. Mi sono sentito un migrante, pronto a lasciare tutte le certezze che avevo perché caricato da aspettative e prospettive future incredibili. È bastata della musica rivoluzionaria, del buon cibo ed un vino bianco per farmi mollare le convinzioni di sempre per caricare metaforicamente uno zaino sulle spalle e partire a piedi nudi in cerca dell’America.

Il Festival è passato, si è tenuto nei giorni dal 9 all’11 di luglio, quindi sono sobrio, anche se i miei discorsi possono far sembrare il contrario.

Che aggiungere? Aspetto il 2017 per un altro hamburger da migrante, ed altre prelibatezza Made in Cenaia (e soprattutto Made in Birrificio Artigianale J63).

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